Eravamo nel mese di Settembre
dell'anno 1946. Avevo, allora, 34 anni, abitavo, con la moglie
ed una bambina di pochi mesi, una casetta in affitto in via
Bostel nella frazione di Castelletto di Rotzo. La casetta era
di proprietà di un cugino Tenca Luigi . Mi ero accordato,
qualche giorno prima, con un amico Claudio Dal Pozzo , più
giovane di me, ma che aveva partecipato, come me, al 2°
conflitto mondiale nell'Aeronautica militare: lui, in qualità
di motorista ed io, di marconista di volo. Ci accomunava poi
la passione per la caccia. L'amico possedeva una doppietta Cal.
12, mentre io riuscii a procurarmene una in prestito Cal. 16
ed alcune cartucce. Non mancava un bel cane da ferma - Sirio
- che ottenemmo in prestito da un gentile Signore maestro Beniamino
Dalla Costa . Partimmo all'alba e, seguendo l'accorciatoia della
Romita, a piedi, in un'ora circa di cammino, raggiungemmo la
zona di Campolongo ed iniziammo la caccia. Si camminava agilmente
nel bosco seguendo il cane che, con mosse eleganti, brusche
fermate e scatti improvvisi, cercava la selvaggina. Respiravo
a pieni polmoni quell'aria balsamica impregnata dei più
soavi profumi del bosco e, pur non perdendo di vista il cane
che trotterellava davanti a noi, mi deliziavo al fruscio delle
foglie che calpestavo, a quel passaggio improvviso dalle zone
in ombra alle radure assolate. Attraversata la zona dell'Agro,
arrivammo al pianoro di Campovecchio che attraversammo portandoci
nella parte bassa del Sette e, da cui, scendendo per val Spinelle,
si giunse al Crosolòn, incrocio di strade di cui una
scende alle Fratte e l'altra, per la località Tola del
Vescovo, conduce al Trugole. Qui ci fermammo per uno spuntino
di cui sentivamo veramente bisogno dopo la lunga galoppata,
discorrendo tra noi prendendoci reciprocamente in giro accennando
al carniere desolatamente vuoto. In pratica, lungo il tragitto
compiuto, il cane aveva accennato due o tre volte a mettersi
in ferma, ma, arrivati sul posto, il selvatico spariva e non
ci fu verso di effettuare un giro fruttuoso. Non si vedeva una
nube ed il sole già declinava sull'orizzonte mettendo
in risalto, esaltandoli, le ombre della Valdastico ed i chiaroscuri
dei monti sopra l'Altopiano di Tonezza, dei Fiorentini e, più
in alto, la catena dei Torari ed in fondo, dietro il Cimone
il massiccio del Pasubio. L'aria era quieta e ci riposammo un
po. Ad un certo punto, l'amico Claudio mi disse che avrebbe
fatto, con il cane, un giro per la Costa del Vento e che lo
attendessi nella Casara di Campolongo. Ciò detto, se
ne andò. Mi misi il fucile ad armacollo e, lentamente,
attraverso un pendio boscoso, mi misi in cammino. Vedendo rosseggiare
delle fragole, indugiai a raccoglierne degustando con voluttà
quelle bacche profumate. D'improvviso alzando gli occhi, scorsi
una scena che non dimenticherò. Due bellissimi caprioli,
un maschio ed una femmina, ad una distanza di 20 - 25 metri,
mi stavano venendo quasi incontro da destra a sinistra, la femmina
davanti ed il maschio, con due bellissime corna ramose, di dietro.
Appena mi scorsero, affrettarono la corsa sempre nella stessa
direzione ed il maschio dava cornate sul deretano della femmina
perché affrettasse la corsa. Passato l'attimo emotivo,
con calma per non spaventare gli animali, levai il fucile dalla
spalla prendendo di mira il maschio. Partito, il colpo, il capriolo
maschio perdette subito l'equilibrio e scendendo la radura come
un ubriaco che non si regge più in piedi, venne a cadere
a due passi davanti a me rimanendo a terra ansimante e perdendo
sangue dal petto e dalle gambe. Gli occhi spalancati mi fissavano
quasi volessero implorare un aiuto. Non potendo sopportare quello
sguardo che aveva quasi il potere di mettermi a disagio, mi
decisi al secondo tiro da distanza ravvicinata, dopo il quale,
il capriolo chiuse gli occhi rimanendo immobile. Al secondo
colpo, arrivò il cane e, poco dopo, anche l'amico Claudio
che, vista la bella preda, rimase immobile per lo stupore. Il
cane gli girava intorno leccando il sangue ancora caldo. Con
una piantina secca di abete, preparammo una portantina e, con
il capriolo appeso, ci avviammo verso la Casara di Campolongo.
In quel periodo era conduttore della malga un certo Biasia di
Gazzo Padovano, il quale possedeva cavallo e baroccino. Gli
chiedemmo di portarci a Rotzo. Accettò volentieri. Arrivati
a casa mia, provvedemmo a scuoiare l'animale ed a dividerne
le spoglie. Pesava 34 Kg. Il trofeo, bellissimo, addorna una
parete di casa mia e, quando l'osservo, penso a quello sguardo
implorante di animale mansueto che noi cacciatori uccidiamo
senza pietà
Tratto dal libro di Giovanni
Dal Pozzo " Voci dall'Altopiano" vol. 2
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