ROTZO un paese da scoprire

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Poesie

LA CAMPANELLA DI SANTA MARGHERITA E LA MAGA CATINA
(Da una leggenda)

Dove si narrano, in versi, idealmente, le lotte tra la Campanella di Santa Margherita e le avverse condizioni atmosferiche impersonate dalla maga Catina. I fatti si figurano avvenuti il 20-7-1914, festa della Santa.

Quel mattino, verso Oriente,
tutto il ciel era di rosa,
ma, guardando ad occidente,
si vedeva un'altra cosa:
voglio dir quell'aria scura
che al colono fa paura.


Una brezza fresca e pura
corre sopra la campagna
ed il grano si matura
dove l'acqua non lo bagna,
ben coperto nei covoni,
se con cura lo riponi.

Suona intanto la campana
della Santa Margherita
come fosse bocca umana
che ti chiama e che t'invita,
e quel suono ha un calore
che ti scalda dentro il cuore.

A quel suono, la campagna
tutta quanta si ridesta;
le risponde la montagna,
nel paese c'è gran festa:
la festa più sentita
della Santa Margherita.


Alle dieci del mattino,
nella Chiesa pavesata,
si diffondono in latino,
per la Santa beneamata,
quelle lodi, quei bei canti
che delizian pure i Santi!

Terminate le funzioni
sciama il popolo contento,
mentre oscuri nuvoloni
corron sopra in quel momento,
ma, lassù, la campanella
non paventa la procella.

Mentre il popolo festante
già rientra alla casetta,
si scatena, sull'istante,
una furia maledetta,
e, nel mezzo, s'indovina
chiara e netta la Catina.


Più e più volte s'avvicina
e più volte s'allontana
quella maga di Carina,
rigirando a tramontana,
ma, alla fine si sconquassa
rotolando giù in Valdassa.

Poco dopo, a meridione,
s'apre un velo di sereno
e per questo il solleone
fa spiraglio in un baleno,
e la gente ride e canta:
la festa della Santa!

LA CAMPANELLA DI SANTA MARGHERITA

Se tu scendi per la strada
giù da Rotzo alla Pitella (*)
che, del Capo, è la Contrada
non di questo meno bella,
tu vi scorgi rifiorita
una Santa Margherita.

Questa sorge sul costone
alla destra della via
e, di notte, c'è un lampione
che la guarda e non l'oblia
e, più sotto vi è inchiodata
la tabella con la data.

Una data molto antica
che va verso i novecento
e la mente ci fatica
nel fissare quell'evento:
un evento straordinario
con Pipino e Berengario.

Abbracciato alla Chiesetta
svetta in atto il Campanile
con la croce benedetta
che s'innalza in bello stile,
ma, poiché non odi l'ore,
ti si stringe forte il cuore.

C'era infatti una campana
che una guerra disumana
ha portato via lontana
in una terra danubiana,
ma, di lì, una man cortese
l'ha ridata al suo paese.

Or la Chiesa ritornata
all'antico suo splendore,
parlo sol della facciata,
che all'interno c'è squallore;
e se miri il campanile,
vedi un vuoto da morire.

 

Manca infatti la campana
che suonava a tutte l'ore
come fosse una fontana
che t'inebria e mente e cuore:
ora giace sotto l'ale
della Chiesa parrocchiale.

 

Una sera piano piano,
titubante e timoroso,
entro in Chiesa, e, con la mano,
sfioro il bronzo vigoroso
e, di un tratto, con amore,
me lo stringo forte al cuore.

Mentre sto così abbraccato,
spinto da un presentimento
da quel bronzo tanto amato
sale a me come un lamento:
un lamento ed un bisbiglio
che mi manda in visibilio.

Suona infatti la Campana
un concerto di parole,
come fosse bocca umana
che ti esprime ciò che vuole
ma lo dice con l'accento
di chi prova un sentimento.

"Oh! Che gioia, che diletto
ritornare alla Chiesetta, e volare su quel tetto
della Santa Benedetta
e, da questo, nel gentile,
caro e amato campanile.

Ma, adesso che rammento,
caro amico che mi guardi
e comprendi il mio tormento,
e di dirlo non è tardi,
ti ricordo con rossore
che mi manca il percussore.

E, se guardi verso il basso
con un poco di attenzione,
tu vedrai che gran sconquasso
mi ha prodotto quel fellone
che, con gesto freddo e vile,
mi strappò dal campanile.

Più non posso andare avanti
che mi manca e flato e cuore,
perché gli anni sono tanti
che ho suonato con amore".
E, nel mentre ci diceva,
io sentivo che piangeva....

(*) Pitella: è parola cimbra e significa "piccola pianura" e, in questa poesia, indica la
conca di Castelletto
Questa poesia di qualche anno fa, scritta da Giovanni Dal Pozzo di
Rotzo, esprime bene l'attesa della popolazione riguardo al restauro
della Chiesetta di Santa Margherita.


ALTES KHERCHLE l'antica chiesetta di S. Margherita di Rotzo, la più antica chiesetta dell'Altopiano secondo gli storici. Umberto Martello vede in questa chiesetta il simbolo della fede cristiana vissuta dalla popolazione dei Sette Comuni.La rievocazione del passato diventa poi preghiera, con espressioni dolcissime di invocazione e di solidarietà umana

ALTES KHERCHLE

An zuumar baartag, net bait bon hòome,
hani' gazecht z'altre kherchle dèllornt me béegle,
azò, luuganten bornàus ins " hoizie bon khòome",
pinnich ganghet au nàgane, net bohénne net tréeghe.

Niiganten 'z ènne pinnich gant in de tùar;
gapéetet an baiile un gatròt innont bùar,
badar, zéganten bia 'z ist gabéest òrran galét,
ismar khèmmet so gòilan, azò hanich khót:

Altes kherchle metten bàllanten maurn,
ausonthin brasset, nàkhont, aniòan,
khómar, khòmmar bia, in mitten in lòam,
habent dich gaisset séefare un paurn.

Bia habeit gamócht de lòite hia nàgane,
ba kóobent in Dich, hiinimel un hélla,
lassandi' ballan bia an baula bokhélla,
ghéenten biiar un èerzing met zachen un bàgane.

Eltarstes kherchle bon dar Hòoghen Ebane,
khòmmar bas de gadénkhest in alla dain sait:
zeint de loite so iéebandich khèmmet bon bait?
Lasmi' bóorsan, ich pitte, àilmar inkégane.

Zeintza maatarten khèmmet bon dèllornt me taale,
bon mòrgande in khutten naa' m'alten béeghe,
bon Biiutze, bon Ghelle un bon Sléeghe,
zinganten hoach bia hoite pataaghe?

Zeintza khemmet gherne met reahen un snèa,
sampalten béeghe odar hénten me fluughe,
sòa net tragan aus de holtzarne suughe
dat, zeinten énghe, habent och gatànt bea?.

Zeint alle de khindar khemmet gatòofet,
de puuiar gamègheit, de tóoten bogràbet,
an mùusle so gheban habantz'alle gatràghet?
Benne 's kikkie hat galoitet babantz'alle aalofet?

Altes kherchle, baii noch at de bùuse,
gadénkh alte un junghe ba léebent àufar hia,
dat bàndare, braan Dain, noch pùkiar de khnia,
as bar béllan dis galéebach zèa noch zùuse.

Ghimmar an zèganar, an baigar aniòan,
baii ich, érmar zùntar, khóde an gapéet;
dorlèntighe in mich de klóobe ba inkéet:
met rngarans bertze eh mghe ghen hoam.

Kliernten in riikken so khmman hia hòam,
an laabates binde hmtnar gazizart in d'òarn;
gahrt an stzaiar dit ich lian bostànt
khódan: Klóop, un bas du borsest khimmet gatànt.

Umberto Martello
Màrtalar

ANTICA CHIESETTA

Una domenica estiva, non lontano a ponente,
vidi l'antica chiesetta dalla strada discosta,
così, fissando lo sguardo al solitario edifìcio,
mi avvicinai ad esso con inceder guardingo.


Piegando la fronte mi accostai a quella porta,
pregai un tantino e m'inoltrai all'interno,
ma palesando questo pietoso spettacolo,
frenando il pianto, d'impulso esclamai:


"Vecchia chiesetta dalle cascanti mura,
allato abbandonata, nuda e solitària,
dimmi, dimmi conte, tra mota e sterpi,
ti hanno deposta pastori e contadini. "

"Come han potuto le genti dei paraggi,
che credono in Tè, nel paradiso e nell'inferno,
lasciarti cadere qual putrida bacca,
sfiorandoti mane e sera con armenti e con carro."

"Prima chiesetta di quest'Altopiano,
dimmi quel che ricordi del tempo tuo antico:
Son le genti, per viverti, venute da lontano?
Ti prego, dammi ascolto, vienimi incontro."

"Son faticosamente venute dal di là della valle,
da levante in turbe, lungo piste primiere,
da Foza, da Gallio e da Asiago,
cantando a squarciagola come oggidì?"

"Son venute felici, con pioggia e con neve,
pestando il bianco vello o dietro lo sgombero
per non consumare le scarpe di legno,
le quali, anco strettine, dolevano ai piedi? "

"Furon tutti i bambini battezzati,
gli innamorati sposati, morti sepolti?
Una monetino da offrire, l'hanno portata?
Al suono della campanella sono accorsi."

"Vetusta chiotta che ancor porti lo scettro,
ricorda vecchi e giovani che vivon quassù,
che noi, al tuo cospetto, si pieghi il Ginocchio,
che la vita è amore, perdono e dolcezza."

"Dammi una benedizione, un segno di grazia,
mentr'io, peccatore, sciolgo una prece;
ravviva in me la fede che s'invola:
con cuore leggero possa gire al mio loco."

Volgendo il tergo per tornare a dimora,
un morbido soffio dolcemente m'investe:
odo un sussurro d'origin celeste
che parmi dica: "Ti esaudisco, ma prega ancora".

Umberto Martello
Màrtalar



 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Copyright © 2001-2009 Slaviero Bruno & Ferraresi Massimo. Tutti diritti riservati.