VI Festa Itinerante dell'Emigrante

"un uomo senza ieri é un uomo senza domani"

Domenica 03.08.2003 a Rotzo si è svolta la 6^ Festa Itinerante dell'Emigrante promossa dall'Ente Vicentini nel Mondo con questa pagina vogliamo farvi rivivere quei momenti carichi di emozioni

ROTZO 3 AGOSTO 2003 - FESTA ITINERANTE DELL'EMIGRANTE

(testo del discorso del Sindaco di Rotzo dr. Edoardo SARTORI ritrascritto da registrazione)


Cari emigranti ed ex emigranti, delegazioni e rappresentanti dei Circoli Vicentini nel mondo, Autorità civili e religiose, rappresentanze delle Sezioni alpini, a Voi tutti il più cordiale benvenuto a nome della comunità di Rotzo, che vi accoglie oggi in questa calda giornata di agosto con amicizia e affetto. Il nostro pensiero si rivolge oggi ai tanti nostri emigranti sparsi in tutti i Continenti, che attraverso la rivista dell'Ente Vicentini nel mondo sono venuti a conoscenza di questo storico appuntamento e avrebbero tanto desiderato parteciparvi. Noi li sentiamo idealmente uniti e credo di esprimere anche i sentimenti di numerosi colleghi Sindaci presenti, dicendo che noi oggi sentiamo di rappresentare anche loro, quell'altra Italia che non vuole essere dimenticata.Nell'indirizzo di saluto rivolto dai Sindaci dell'Altopiano e della Valle dell'Astico, pubblicato nel numero speciale della Rivista, fatta pervenire a tutti gli emigranti, credo abbiano interpretato con grande sensibilità questo legame che ci unisce ai nostri emigranti. Questa Festa itinerante è stata istituita sei anni orsono e voluta con grande convinzione e passione da colu
i che ne è stato l'artefice e animatore per vent'anni, Danilo Longhi al quale rivolgiamo un saluto augurale per la sua guarigione e per la ripresa dell'attività così preziosa per tutta la Comunità vicentina e non solo. Longhi ha trasmesso a noi tutti quel pathos quelle emozioni così forti quel forte attaccamento ai nostri emigranti e alle Comunità vicentine costituitesi nei vari continenti con una presenza attiva di 46 Circoli nel mondo. La lettera che ha fatto pervenire al nuovo consiglio che recentemente è stato rinnovato è una sorta di testamento e di impegno per noi tutti a proseguire la sua attività e non lasciare affievolire la tensione morale nei confronti degli emigranti. Mi sia consentito di leggere qualche passo della sua lettera, che impegna noi tutti, Istituzioni, Enti, singoli cittadini a mantenere sempre forte il legame con i Vicentini nel mondo. Scrive Longhi: "Sarebbe impossibile oltre che riduttivo condensare in poche righe vent'anni di emozioni ed esperienze vissute con i Vicentini nel mondo, cercando di mettere a frutto il patrimonio che mi era stato affidato per amministrarlo al meglio e per conseguire obiettivi utili a tutti gli emigranti, per tutelare e promuovere il progresso delle Comunità vicentine all'estero pur mantenendo saldi i legami con le terre di origine. In questi anni intensi ho vissuto con tutto l'impegno di cui ero capace il mio compito, cercando di alleviare per quanto possibile il distacco degli emigranti dalla terra natale che mai li ha dimenticati. Resta in me indelebile il ricordo di una esperienza professionale, ma soprattutto umana, di elevata intensità, che ha segnato profondamente la mia vita con ricordi che mi accompagneranno per sempre". Credo che dovremo sempre tenere ben presenti nella memoria questi pensieri e queste riflessioni, che sottendono una grande anima e un sentire sincero e profondo nei confronti degli emigranti. Si avvertono purtroppo e li ho vissuti anche personalmente nella preparazione di questa giornata sintomi sempre più evidenti di disinteresse, di indifferenza, di non conoscenza, di quasi rimozione di questo grande fenomeno, che ha coinvolto nell'arco di un secolo otre 25 milioni di italiani. Il fenomeno inverso che si sta verificando, vale a dire la sempre più crescente immigrazione con tutte le problematiche conseguenti di ordine sociale, culturale, di integrazione, rischia di assorbire tutta l'attenzione del mondo politico e dell'opinione pubblica, con la conseguenza che la storia dell'emigrazione italiana può diventare una storia dimenticata. Certo, il problema dell'immigrazione è una questione di grandissima rilevanza, che va affrontato con grande responsabilità e con regole ben definite, senza pregiudizi o discriminazioni, perché si tratta di un processo irreversibile, che interessa non soltanto il nostro paese ma tutta l'Europa con una crescente connotazione multietnica e multirazziale. Ma questo grande fenomeno dei flussi immigratori in cerca di migliore condizioni di vita nel ricco Occidente non deve offuscare la memoria della grande emigrazione italiana che ha rappresentato uno dei tratti più peculiari e caratteristici della nostra storia contemporanea. Ribadisco storia contemporanea, in quanto la storia della emigrazione non è storia del passato remoto, ma piuttosto del passato prossimo, in quanto il fenomeno può considerarsi esaurito intorno agli anni settanta, quando il saldo fra gli emigranti e gli immigrati segnava un indice positivo ai secondi. Se è vero che altri paesi hanno conosciuto e conoscono flussi migratori di grande portata, nessun paese come il nostro ha conosciuto questo fenomeno per intensità, provenienza geografica, e luoghi di approdo. Si può altresì affermare che il nostro paese ha ereditato dal fenomeno della emigrazione i suoi caratteri più essenziali, in quanto ha inciso profondamente nella costruzione della nostra identità collettiva. Non è qui il caso di ripercorrere questa epopea dell'emigrazione italiana nel mondo perché sappiamo che i flussi migratori si sono verificati in epoche successive a partire dalla fine dell'ottocento fino agli anni settanta del secolo corso, con picchi agli inizi del novecento e dopo la prima e seconda guerra mondiale. Un popolo di emigranti sospinto dalla fame/dalla miseria, migliala, centinaia di migliala di valigie di cartone in partenza per terre sconosciute e spesso inospitali, che spesso non si sono certamente rilevate un Eden o un Eldorado. Mi raccontava tempo fa un emigrante che sulla banchina del porto di Genova, la sua valigia di cartone si sfasciò lasciando intravvedere tutta la sua povertà: qualche paia di calzetti di lana cuciti dalla nonna nelle lunghe serate d'inverno, qualche flanella di lana di pecora, un salame avvolto in qualche modo in una carta oleata. Ma cari amici, è da questa povertà e da questa miseria che è scaturito il benessere diffuso di cui oggi godiamo, oggi, che viviamo in un continuo presente senza memoria del passato, non dimentichiamo questi tempi di fame (in tempore famis). Il nostro paese deve gran parte del suo sviluppo e progresso a quell'altra Italia, quasi un terzo della sua popolazione, che ha varcato le frontiere affrontando disagi e difficoltà di ogni genere a cominciare dall'impatto con una nuova lingua. Ma più struggente di tutto la nostalgia del paese, lo sradicamento dai luoghi e dagli affetti, una strappo violento che i nostri emigranti si sono portati dietro con la speranza di poter un giorno ritornare e ricongiungersi alle persone e ai luoghi cari. Il nostro paese non sarebbe oggi una fra le potenze più sviluppate del mondo, senza quell'accumulo di risorse rappresentato dalle rimesse degli emigrante un vero e proprio fiume di denaro, una linfa vitale che ha contribuito in modo determinante al "miracolo economico" che ha contrassegnato gli anni sessanta del nostro Paese. Ha fatto bene Monsignor Serena, a ricordarci nell'omelia in chiesa che "un popolo senza ricordi è un popolo senza un progetto per il futuro", ma io vorrei anche citare un antico proverbio salisburghese "Un uomo senza ieri è un uomo senza domani" Cari amici, se non ripercorriamo e non abbiamo consapevolezza del nostro passato, corriamo il rischio di vivere in un presente privo di ideali e valori, vuoto e sterile e soprattutto non saremo in grado di governare il futuro, un futuro che è già iniziato, il futuro della globalizzasione, della libera circolazione di uomini di tutte le razze, del pianeta diventato un villaggio globale. Ma per ritornare al nostro tema quanti emigranti se ne sono andati dai nostri paesi di montagna, quante famiglie Ieri sera, ascoltando i canti del coro Asiago, che ha voluto dedicare la serata agli emigranti, una canzone struggente ha rievocato questo grande esodo, "La contrà dell'acqua ciara" di Bepi del Marzi, una contrada che si è svuotata, che dice la canzone, "non xe più dell'alegria tuti i xovani xe n'da via solo i veci xe resta, senza fuoco nei camini, senza zughi de; bambini, la contrada xe mala". Si, proprio così, contrade intere si sono spopolate, ma come sappiamo i nostri emigranti vicentini, ma anche quelli delle altre regioni hanno ricostituito le loro comunità all'estero, spesso assumendo' lo stesso nome e mantenendo e conservando la lingua dei padri. Il censimento dell'Altopiano aveva registrato nel 1921 ben 38 mila abitanti, oggi siamo credo 22 mila, Rotzo contava 1 346 abitanti, oggi ne conta 576. Certo l'emigrazione oltre oceano è finita da tempo, ma è iniziata l'epoca del pendolarismo, vale a dire che molte persone dall'Altopiano sono costrette a scendere in pianura con grande disagio, ma prima o poi si stabiliranno giù nelle vicinanze dei luoghi di lavoro, impoverendo cosi il nostro tessuto sociale e umano. Io rivolgo allora un pressante appello ai rappresentanti qui convenuti del Parlamento europeo e nazionale, ai rappresentanti delle Regioni, della Provincia, fate veramente una politica seria e concreta per la montagna, in modo che le nostre popolazioni possano avere quelle condizioni di qualità di vita e di servizi di cui fruiscono le popolazioni che risiedono nelle aree più avvantaggiate. Se i montanari saranno costretti a scendere a valle, la montagna muore, diventa inospitale, degrada inevitabilmente e non sarà più in grado di assolvere a quella funzione sociale, di cui beneficiano tutti i cittadini. Non vogliamo ancora riprendere la valigia come hanno fatto i nostri avi, che sono andati per il mondo con la speranza di poter un giorno ritornare. Quanti minatori e quanti eisenponner (costruttori di ferrovie) se ne sono andati dai nostri paesi, in Germania, negli Stati Uniti, in Belgio, a morire nelle buie miniere e a contrarre quella terribile malattia della silicosi, che quando sopravvivevano, Ii portava a morte sicura ancora i n giovane età. Vorrei citare un caso emblematico di questa storia dei minatori, che raggiungevano a piedi la Westfalia, impiegando 20 - 25 giorni per arrivarci trascinandosi dietro la carriola, il badile, il piccone e qualche attrezzo di lavoro. Uno di loro, Costa Matteo, della qui vicina frazione di Albaredo, non aveva ancora compiuto vent'anni quando morì il primo giorno che scese in miniera a Brambauer nella vicinanze di Dorthmund. Il padre, appena rientrato malato di silicosi lo aveva scongiurato di non partire. Gli diceva: Matteo vedi come mi ha ridotto la miniera, i miei polmoni sono incrostati di polvere, non durerò molto. Infatti morì pochi anni dopo. Ma il figlio Matteo, il maggiore di nove fratelli, di cui sei sorelle tutti in tenerissima età, gli rispose: "Padre io sono il più grande, qui la fame bussa alla porta ogni istante, io devo fare qualcosa per la nostra famiglia". Purtroppo la sorte gli fu fatale quel 12 dicembre 1912, il primo giorno senza essersi preso una giornata di riposo, in quella miniera, dove perirono ben 49 minatori, polacchi, tedeschi, e tre di Rotzo. Vorrei citare i loro nomi Canale Domenico, Dal Pozzo Giovanni, Costa Matteo, un quarto Spagnolo Giovanni Batost morì in miniera un anno prima, un altro ancora Spagnolo Antonio rimase schiacciato da un masso staccatosi dalla parete della miniera in Australia nello stato di Victoria, qui è presente anche la figlia. Ma quanti altri sono morti soprattutto di malattia. Fra pochi giorni l'8 agosto sarà ricordata l'immane tragedia di Marcinelle in Belgio, dove rimasero sepolti ben 262 minatori fra cui 136 italiani. L'amico Dal Zotto, presidente del Circolo di Charleroi, ricorderà poi la figura di Angelo Galvan, nativo di Mezzaselva il paese qui vicino, protagonista di un episodio di grande eroismo, che gli valse le più alte onorificenze del Belgio per aver tratto in salvo in quell'inferno della miniera sei minatori, a 760 metri di profondità in mezzo alle fiamme. Consentitemi di fare anche un riferimento di carattere familiare che può offrire una immagine delle sofferenze dell'emigrazione. Mia nonna Domenica partì per l'America nel 1909 con tre bambini al di sotto dei cinque anni per raggiungere mio nonno che lavorava alle dipendenze di una ditta che costruiva le prime linee elettriche. Si rese utile lavorando come cuoca per preparare il pranzo agli operai e nel contempo accudiva i tre bambini sistemati come gli operai nelle baracche. Purtroppo dopo un anno mio nonno rimase vittima di un grave incidente sul lavoro, fulminato da una scarica di corrente di alta tensione, mia nonna si trovò improvvisamente vedova. La solidarietà degli operai fece sì che potè rientrare in Italia, a Rotzo, dove riprese a lavorare nei campi per tirar su la famiglia. Ma intanto si preannunciavano le prime avvisaglie della prima guerra mondiale, una guerra programmata anni prima e resa evidente dal continuo passaggio di carri e muli che trasportavano materiale per la costruzione dei forti. Allo scoppio della guerra quattro anni di profugato dal giugno del '16 fino al '19-20 una colonna di diseredati e disperati che scendeva dall'Altopiano per cercare rifugio nei paesi di pianura e le popolazioni dell'Altopiano disperse ovunque, anche lontano, in Piemonte, in Lombardia, nel Meridione, un vera e propria diaspora e molte famiglie non fecero più ritorno. Anche questa può essere considerata una grande emigrazione o meglio un vero e proprio esodo biblico. E poi il ritorno nei paesi distrutti, ridotti a un cumulo di macerie e ricominciare la ricostruzione vivendo per anni nelle baracche. Per finire vorrei qui citare un'altra persona di Rotzo che è stata in qualche modo la memoria storica dell'emigrazione, collezionando documenti, testimonianze, lettere di emigranti, registri di tutte le partenze, un vero e proprio archivio che meriterebbe anche di essere pubblicato per far conoscere ai giovani la nostra storia. La storia di chi ha dovuto lasciare il paese in cerca di migliori condizioni cantando con amarezza "Addio monti e cime ineguali, note a chi è cresciuto in mezzo a voi", mi riferisco alla compianta maestra Carla, che è s tata anche Sindaco di questo Comune e che ha dedicato molto nella sua vita al ricordo degli emigranti, mantenendo con loro una fitta corrispondenza. Sempre più di frequente arrivano oggi nei nostri Comuni discendenti dei primi emigranti, siamo ormai alla quarta generazione, che vogliono sapere notizie dei loro nonni, dei loro avi, dove sono nati, la casa dove sono cresciuti il desiderio insomma di riscoprire le radici per mantenere integra l'identità di italiani. Bene ha fatto la banda a intonare qui oggi l'Inno nazionale, perché se dobbiamo riscoprire un forte senso di italianità e amor di patria dobbiamo ricercarla nelle nostre comunità all'estero, dove questi sentimenti sono ancora forti. Il sentimento che noi vogliamo qui esprimere oggi ai nostri emigranti ed ex emigrati è un sentimento di riconoscenza e gratitudine, nella consapevolezza che il lavoro degli emigranti ha contribuito in larga misura allo sviluppo e progresso non solo dei paesi ospitanti , ma anche del nostro Paese. Basti pensare all'interscambio di conoscenze, di mestieri, di professionalità, di tecnologia che si è realizzato tramite i flussi migratori. Il Presidente della Repubblica, incontrando di recente le Comunità italiane in Svizzera, ha definito l'emigrazione un fattore di sviluppo e progresso e ancora nella sua visita l'anno scorso a Marcinelle, in quel luogo, diventato ora museo del sacrificio del lavoro italiano nel mondo, ha affermato che gli emigranti che hanno lasciato le loro terre in cerca di lavoro, varcando frontiere secolari recentemente abbattute, sono stati i primi costruttori d'Europa. lo vorrei aggiungere che sono stati anche costruttori di pace e concordia tra i popoli, destinati a diventare un crogiolo di razze e culture dove la tolleranza e l'integrazione saranno le nuove sfide della società del futuro. Per questo motivo noi dedicheremo la seconda domenica di settembre, Festa della Montagna, alla montagna che ha dato un tributoenorme all'emigrazione, che ha portato con sé nel mondo la cultura del lavoro, il senso della famiglia, la solidarietà e i più alti valori della convivenza civile e umana.

Leggo ora il messaggio fatto pervenire dal Ministro per gli Italiani nel mondo
On.Ie Mirko Tremaglia.

IL SINDACO DI ROTZO
Dr. Edoardo SARTORI

 

Egregio Signor Sindaco,
è sempre lieta l'occasione che vede riunirsi nel nostro Paese, le rappresentante dei connazionali lontani. Ma lo è ancor di più oggi, mentre, dopo il fondamentale riconoscimento del diritto al Voto per gli Italiani all'estero e la massiccia affluenza in occasione del primo storico appuntamento con le urne per il referendum del 15 giugno scorso, si fa determinante, ad ogni livello, il lavoro per favorire i rapporti e rinsaldare tra chi, anni fa, lasciò la Patria alla ricerca di una vita migliore e chi è rimasto. Gli Italiani nel mondo sanno che la doppia modifica della carta Costituzionale, ottenuta dopo lunghi anni di battaglie e, sovente, di amarezze, non è una mera operazione "di facciata". Essa, come una campana che indica lo scoccare di un'alba nuova, ha segnato l'inizio della "stagione dei diritti" grazie alla quale, ora più che mai, i 4 milioni di connazionali e i 60 milioni di oriundi sparsi in ogni parte del pianeta devono sentirsi parte di un grande progetto: quello della costruzione di una "grande casa" in cui l'Italia Ufficiale e l'Altra Italia abbino pari dignità e, insieme, partecipino a un comune progetto di sviluppo. Rivolgo un pensiero cordiale ai convenuti alla "Festa/Giornata Itinerante dell'Emigrante" che il Comune di Rotzo ha organizzato, come ogni anno, al fine di riunire in Patria un numero sempre più rilevante di emigranti ed ex emigranti nonché delegazioni dei Circoli Vicentini nel Mondo costituitesi nei vari Continenti. Desidero esprimere tutto il mio apprezzamento per la scelta di dedicare la manifestazione odierna alla memoria dei minatori che, lungo tutto un secolo, anno sacrificato la loro vita per costruire, per sé e per le proprie famiglie, un futuro migliore.Rendo idealmente omaggio al cippo che Vi apprestate ad inaugurare, a pochi giorni dall'anniversario dell'immane tragedia di Marcinelle, l'8 agosto, che coinciderà con la Seconda Giornata del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo. L'appuntamento odierno rappresenta un'occasione preziosa per accendere i riflettori sulla straordinaria realtà della nostra emigrazione. Conosco e apprezzo l'impegno che gli enti coinvolti in quest'iniziativa profondono a favore dei propri conterranei. L'incontro da Voi organizzato costituisce un'occasione di grande rilievo e un'ulteriore conferma che denota la Vostra grande sensibilità. Da oltre trent'anni, il mio impegno come politico è rivolto in via assoluta agli Italiani nel Mondo. Sono inscritti- ho avuto modo di dire recentemente- nel mio DNA. In questo biennio mi sono adoperato per trasfondere questo stesso spirito nel Ministero da me presieduto. Con l'aiuto dei milioni di Italiani nel mondo, abbiamo mai raggiunto traguardi straordinari e, per certi versi, impensabili fino a qualche tempo fa. Ma la sfida non si è conclusa. La vittoria, perchè di vittoria si è trattato, non ci deve indurre nella tentazione di voltarci indietro per una sterile celebrazione del già fatto. Deve, invece, animarci perché, ora, la battaglia politica diventi anche culturale. L'Italia Ufficiale deve imparare a conoscere L'Altra Italia: non deve dimenticare il passato e la Storia e, attraverso di essi, deve scoprire di quale levatura siano le risorse umane, intellettuali, di genio che l'hanno resa, ovunque, amata e rispettata. È un doveroso atto di amore verso chi, lasciando casa e affetti, ha spesso, a prezzo di grandi sacrifici, trovato fortuna ma, altrettanto spesso purtroppo, ha perduto la vita inseguendo un sogno. A Lei, egregio Presidente, alle autorità e a tutti i presenti giunga dunque, con i fervidi auspici per la felice riuscita dell'incontro, il mio saluto più sincero.

Con viva cordialità

On. Mirko Tremaglia

Risposta del Sindaco di Rotzo al'On. M. Tremaglia

On. Ministro, desidero ringraziarLa sentitamente anche a nome della Comunità di Rotzo e di tutti gli emigranti ed ex emigrati convenuti, per il messaggio così carico di significati che la S.V. ha voluto inviarmi in occasione della VI Festa Itinerante dell'Emigrante, promossa nel mio Comune dall'Ente Vicentini nel Mondo. È stata una Cerimonia veramente toccante, in modo particolare quando alcuni emigranti hanno scoperto il cippo/monumento al minatore, mentre la Banda intonava l'Inno Nazionale. Erano presenti oltre un migliaio di emigranti e di ex emigrati, delegazioni di Circoli di Vicentini nel Mondo costituitisi nei vari Continenti e numerose Autorità civili e militari, tra cui una quarantina di Sindaci della Provincia. Nel mio discorso, che è stato trascritto da registrazione, in quanto ho parlato a braccio, mi auguro di avere trasmesso quel senso profondo di impegno a non lasciar cadere e affievolire la memoria dell'emigrazione, che ha svuotato i nostri paesi e intere contrade. Se Lei avrà la cortesia di leggerlo, credo di aver ripercorso questa storia di sacrifìci e di difficoltà di ogni genere, che i nostri emigranti hanno dovuto affrontare, sulle vie di tutti i Continenti, dove hanno onorato le nostre Comunità. Ora ci siamo ripromessi di reincontrarci la 2^ Domenica di Settembre (il 14) a Campolongo di Rotzo, una località di Montagna, dove con la presenza di Mons. Andreatta presso la Chiesetta di S. Francesco d'Assisi sarà celebrata la S.Messa per ricordare i nostri emigranti morti sul lavoro e sepolti nelle terre che li hanno ospitati. Mi auguro che in questa circostanza Lei possa essere presente per conferire alla giornata un significato ancor più ricco di valori e di testimonianza. Ricorderemo in particolare modo i tanti minatori che sono morti nelle miniere o in giovane età per aver contratto quella terribile malattia della silicosi, che loro chiamavano prussiera, malattia contratta nell'allora Prussia che li portava a morte sicura in giovane età (40-50 anni). A tale proposito Le farò avere alcune testimonianze assai toccanti, ancora vive nella memoria della nostra popolazione. La stampa e la TV hanno dato risalto alla manifestazione e desidero accludere qualche copia di articolo di giornale sulla cronaca della giornata. Desidero ringraziarLa sentitamente per l'attenzione, augurandomi di incontrarLa il 14 Settembre 2003 per commemorare adeguatamente i nostri emigrati e minatori, le cui spoglie mortali riposano nei paesi di emigrazione.

Il Sindaco

Sartori dr. Edoardo

 
         
         

 

Lettera di un Emigrante

28th Luglio, 2003

Signor Sindaco e Organizzatori per la Festa degli Emigranti. Con grande piacere o' ricevuto il bollettino dei Vicentini Nel Mondo, e vedere il nome di Rotzo in prima pagina. Vi ringrazio tanto per l'invito a questa granda e memorabile festa.A me dispiace tanto di non essere presente, per ragioni di salute. Penso sempre al caro paese natio dove o vissuto i miei 28 anni, ora dopo 53 anni di Australia misento sempre piu' cittadino di Rotzo, tutte le notti il mio cervello cammina per quelle strade, sentieri, boschi, etc.Vedo la bellezza del nostro Altopaiano, nei miei tempi I campi in fiori e tutto il lavoro agricolo di quei tempi, con l'avansare del Autunno le montagne imbiancate dalla candida neve e tante altre bella cose, tempi lantani, tempi cari al cuore, tempi che non si dimenticano mai.Spero che questa festa porti tanto bene e sia mai dimenticata.
Tanti saluti al Signore Sindaco.
E a tutti quelli che hanno colladorato co lui.
E in particolare il Giornale Vicentini Nel Mondo.

 

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