Domenica 03.08.2003 a Rotzo si
è svolta la 6^ Festa Itinerante dell'Emigrante promossa
dall'Ente Vicentini nel Mondo con
questa pagina vogliamo farvi rivivere quei momenti carichi di emozioni
ROTZO 3 AGOSTO 2003 - FESTA ITINERANTE
DELL'EMIGRANTE
(testo del discorso del Sindaco di
Rotzo dr. Edoardo SARTORI ritrascritto da registrazione)
Cari emigranti ed ex emigranti, delegazioni e rappresentanti dei Circoli
Vicentini nel mondo, Autorità civili e religiose, rappresentanze
delle Sezioni alpini, a Voi tutti il più cordiale benvenuto
a nome della comunità di Rotzo, che vi accoglie oggi in questa
calda giornata di agosto con amicizia e affetto. Il nostro pensiero
si rivolge oggi ai tanti nostri emigranti sparsi in tutti i Continenti,
che attraverso la rivista dell'Ente Vicentini nel mondo sono venuti
a conoscenza di questo storico appuntamento e avrebbero tanto desiderato
parteciparvi. Noi li sentiamo idealmente uniti e credo di esprimere
anche i sentimenti di numerosi colleghi Sindaci presenti, dicendo
che noi oggi sentiamo di rappresentare anche loro, quell'altra Italia
che non vuole essere dimenticata.Nell'indirizzo di saluto rivolto
dai Sindaci dell'Altopiano e della Valle dell'Astico, pubblicato nel
numero speciale della Rivista, fatta pervenire a tutti gli emigranti,
credo abbiano interpretato con grande sensibilità questo legame
che ci unisce ai nostri emigranti. Questa Festa itinerante è
stata istituita sei anni orsono e voluta con grande convinzione e
passione da colui che ne è stato l'artefice
e animatore per vent'anni, Danilo Longhi al quale rivolgiamo un saluto
augurale per la sua guarigione e per la ripresa dell'attività
così preziosa per tutta la Comunità vicentina e non
solo. Longhi ha trasmesso a noi tutti quel pathos quelle emozioni
così forti quel forte attaccamento ai nostri emigranti e alle
Comunità vicentine costituitesi nei vari continenti con una
presenza attiva di 46 Circoli nel mondo. La lettera che ha fatto pervenire
al nuovo consiglio che recentemente è stato rinnovato è
una sorta di testamento e di impegno per noi tutti a proseguire la
sua attività e non lasciare affievolire la tensione morale
nei confronti degli emigranti. Mi sia consentito di leggere qualche
passo della sua lettera, che impegna noi tutti, Istituzioni, Enti,
singoli cittadini a mantenere sempre forte il legame con i Vicentini
nel mondo. Scrive Longhi: "Sarebbe impossibile oltre che riduttivo
condensare in poche righe vent'anni di emozioni ed esperienze vissute
con i Vicentini nel mondo, cercando di mettere a frutto il patrimonio
che mi era stato affidato per amministrarlo al meglio e per conseguire
obiettivi utili a tutti gli emigranti, per tutelare e promuovere il
progresso delle Comunità vicentine all'estero pur mantenendo
saldi i legami con le terre di origine. In questi anni intensi ho
vissuto con tutto l'impegno di cui ero capace il mio compito, cercando
di alleviare per quanto possibile il distacco degli emigranti dalla
terra natale che mai li ha dimenticati. Resta in me indelebile il
ricordo di una esperienza professionale, ma soprattutto umana, di
elevata intensità, che ha segnato profondamente la mia vita
con ricordi che mi accompagneranno per sempre". Credo che dovremo
sempre tenere ben presenti nella memoria questi pensieri e queste
riflessioni, che sottendono una grande anima e un sentire sincero
e profondo nei confronti degli emigranti. Si avvertono purtroppo e
li ho vissuti anche personalmente nella preparazione di questa giornata
sintomi sempre più evidenti di disinteresse, di indifferenza,
di non conoscenza, di quasi rimozione di questo grande fenomeno, che
ha coinvolto nell'arco di un secolo otre 25 milioni di italiani. Il
fenomeno inverso che si sta verificando, vale a dire la sempre più
crescente immigrazione con tutte le problematiche conseguenti di ordine
sociale, culturale, di integrazione, rischia di assorbire tutta l'attenzione
del mondo politico e dell'opinione pubblica, con la conseguenza che
la storia dell'emigrazione italiana può diventare una storia
dimenticata. Certo, il problema dell'immigrazione è una questione
di grandissima rilevanza, che va affrontato con grande responsabilità
e con regole ben definite, senza pregiudizi o discriminazioni, perché
si tratta di un processo irreversibile, che interessa non soltanto
il nostro paese ma tutta l'Europa con una crescente connotazione multietnica
e multirazziale. Ma questo grande fenomeno dei flussi immigratori
in cerca di migliore condizioni di vita nel ricco Occidente non deve
offuscare la memoria della grande emigrazione italiana che ha rappresentato
uno dei tratti più peculiari e caratteristici della nostra
storia contemporanea. Ribadisco storia contemporanea, in quanto la
storia della emigrazione non è storia del passato remoto, ma
piuttosto del passato prossimo, in quanto il fenomeno può considerarsi
esaurito intorno agli anni settanta, quando il saldo fra gli emigranti
e gli immigrati segnava un indice positivo ai secondi. Se è
vero che altri paesi hanno conosciuto e conoscono flussi migratori
di grande portata, nessun paese come il nostro ha conosciuto questo
fenomeno per intensità, provenienza geografica, e luoghi di
approdo. Si può altresì affermare che il nostro paese
ha ereditato dal fenomeno della emigrazione i suoi caratteri più
essenziali, in quanto ha inciso profondamente nella costruzione della
nostra identità collettiva. Non è qui il caso di ripercorrere
questa epopea dell'emigrazione italiana nel mondo perché sappiamo
che i flussi migratori si sono verificati in epoche successive a partire
dalla fine dell'ottocento fino agli anni settanta
del secolo corso, con picchi agli inizi del novecento e dopo la prima
e seconda guerra mondiale. Un popolo di emigranti sospinto dalla fame/dalla
miseria, migliala, centinaia di migliala di valigie di cartone in
partenza per terre sconosciute e spesso inospitali, che spesso non
si sono certamente rilevate un Eden o un Eldorado. Mi raccontava tempo
fa un emigrante che sulla banchina del porto di Genova, la sua valigia
di cartone si sfasciò lasciando intravvedere tutta la sua povertà:
qualche paia di calzetti di lana cuciti dalla nonna nelle lunghe serate
d'inverno, qualche flanella di lana di pecora, un salame avvolto in
qualche modo in una carta oleata. Ma cari amici, è da questa
povertà e da questa miseria che è scaturito il benessere
diffuso di cui oggi godiamo, oggi, che viviamo in un continuo presente
senza memoria del passato, non dimentichiamo questi tempi di fame
(in tempore famis). Il nostro paese deve gran parte del suo sviluppo
e progresso a quell'altra Italia, quasi un terzo della sua popolazione,
che ha varcato le frontiere affrontando disagi e difficoltà
di ogni genere a cominciare dall'impatto con una nuova lingua. Ma
più struggente di tutto la nostalgia del paese, lo sradicamento
dai luoghi e dagli affetti, una strappo violento che i nostri emigranti
si sono portati dietro con la speranza di poter un giorno ritornare
e ricongiungersi alle persone e ai luoghi cari. Il nostro paese non
sarebbe oggi una fra le potenze più sviluppate del mondo, senza
quell'accumulo di risorse rappresentato dalle rimesse degli emigrante
un vero e proprio fiume di denaro, una linfa vitale che ha contribuito
in modo determinante al "miracolo economico" che ha contrassegnato
gli anni sessanta del nostro Paese. Ha fatto bene Monsignor Serena,
a ricordarci nell'omelia in chiesa che "un popolo senza ricordi
è un popolo senza un progetto per il futuro", ma io vorrei
anche citare un antico proverbio salisburghese "Un uomo senza
ieri è un uomo senza domani" Cari amici, se non ripercorriamo
e non abbiamo consapevolezza del nostro passato, corriamo il rischio
di vivere in un presente privo di ideali e valori, vuoto e sterile
e soprattutto non saremo in grado di governare il futuro, un futuro
che è già iniziato, il futuro della globalizzasione,
della libera circolazione di uomini di tutte le razze, del pianeta
diventato un villaggio globale. Ma per ritornare al nostro tema quanti
emigranti se ne sono andati dai nostri paesi di montagna, quante famiglie
Ieri sera, ascoltando i canti del coro Asiago, che ha voluto dedicare
la serata agli emigranti, una canzone struggente ha rievocato questo
grande esodo, "La contrà dell'acqua ciara" di Bepi
del Marzi, una contrada che si è svuotata, che dice la canzone,
"non xe più dell'alegria tuti i xovani xe n'da via
solo i veci xe resta, senza fuoco nei camini, senza zughi de; bambini,
la contrada xe mala". Si, proprio così, contrade intere
si sono spopolate, ma come sappiamo i nostri emigranti vicentini,
ma anche quelli delle altre regioni hanno ricostituito le loro comunità
all'estero, spesso assumendo' lo stesso nome e mantenendo e conservando
la lingua dei padri. Il censimento dell'Altopiano aveva registrato
nel 1921 ben 38 mila abitanti, oggi siamo credo 22 mila, Rotzo contava
1 346 abitanti, oggi ne conta 576. Certo l'emigrazione oltre oceano
è finita da tempo, ma è iniziata l'epoca del pendolarismo,
vale a dire che molte persone dall'Altopiano sono costrette a scendere
in pianura con grande disagio, ma prima o poi si stabiliranno giù
nelle vicinanze dei luoghi di lavoro, impoverendo cosi il nostro tessuto
sociale e umano. Io rivolgo allora un pressante appello ai rappresentanti
qui convenuti del Parlamento europeo e nazionale, ai rappresentanti
delle Regioni, della Provincia, fate veramente una politica seria
e concreta per la montagna, in modo che le nostre popolazioni possano
avere quelle condizioni di qualità di vita e di servizi di
cui fruiscono le popolazioni che risiedono nelle aree più avvantaggiate.
Se i montanari saranno costretti a scendere a valle, la montagna muore,
diventa inospitale, degrada inevitabilmente e non sarà più
in grado di assolvere a quella funzione sociale, di cui beneficiano
tutti i cittadini. Non vogliamo ancora riprendere la valigia come
hanno fatto i nostri avi, che sono andati per il mondo con la speranza
di poter un giorno ritornare. Quanti minatori e quanti eisenponner
(costruttori di ferrovie) se ne sono andati dai nostri paesi, in Germania,
negli Stati Uniti, in Belgio, a morire nelle buie miniere e a contrarre
quella terribile malattia della silicosi, che quando sopravvivevano,
Ii portava a morte sicura ancora i n giovane età. Vorrei citare
un caso emblematico di questa storia dei minatori, che raggiungevano
a piedi la Westfalia, impiegando 20 - 25 giorni per arrivarci trascinandosi
dietro la carriola, il badile, il piccone e qualche attrezzo di lavoro.
Uno di loro, Costa Matteo, della qui vicina frazione di Albaredo,
non aveva ancora compiuto vent'anni quando morì il primo giorno
che scese in miniera a Brambauer nella vicinanze di Dorthmund. Il
padre, appena rientrato malato di silicosi lo aveva scongiurato di
non partire. Gli diceva: Matteo vedi come mi ha ridotto la miniera,
i miei polmoni sono incrostati di polvere, non durerò molto.
Infatti morì pochi anni dopo. Ma il figlio
Matteo, il maggiore di nove fratelli, di cui sei sorelle tutti in
tenerissima età, gli rispose: "Padre io sono il più
grande, qui la fame bussa alla porta ogni istante, io devo fare qualcosa
per la nostra famiglia". Purtroppo la sorte gli fu fatale quel
12 dicembre 1912, il primo giorno senza essersi preso una giornata
di riposo, in quella miniera, dove perirono ben 49 minatori, polacchi,
tedeschi, e tre di Rotzo. Vorrei citare i loro nomi Canale Domenico,
Dal Pozzo Giovanni, Costa Matteo, un quarto Spagnolo Giovanni Batost
morì in miniera un anno prima, un altro ancora Spagnolo Antonio
rimase schiacciato da un masso staccatosi dalla parete della miniera
in Australia nello stato di Victoria, qui è presente anche
la figlia. Ma quanti altri sono morti soprattutto di malattia. Fra
pochi giorni l'8 agosto sarà ricordata l'immane tragedia di
Marcinelle in Belgio, dove rimasero sepolti ben 262 minatori fra cui
136 italiani. L'amico Dal Zotto, presidente del Circolo di Charleroi,
ricorderà poi la figura di Angelo Galvan, nativo di Mezzaselva
il paese qui vicino, protagonista di un episodio di grande eroismo,
che gli valse le più alte onorificenze del Belgio per aver
tratto in salvo in quell'inferno della miniera sei minatori, a 760
metri di profondità in mezzo alle fiamme. Consentitemi di fare
anche un riferimento di carattere familiare che può offrire
una immagine delle sofferenze dell'emigrazione. Mia nonna Domenica
partì per l'America nel 1909 con tre bambini al di sotto dei
cinque anni per raggiungere mio nonno che lavorava alle dipendenze
di una ditta che costruiva le prime linee elettriche. Si rese utile
lavorando come cuoca per preparare il pranzo agli operai e nel contempo
accudiva i tre bambini sistemati come gli operai nelle baracche. Purtroppo
dopo un anno mio nonno rimase vittima di un
grave incidente sul lavoro, fulminato da una scarica di corrente di
alta tensione, mia nonna si trovò improvvisamente vedova. La
solidarietà degli operai fece sì che potè rientrare
in Italia, a Rotzo, dove riprese a lavorare nei campi per tirar su
la famiglia. Ma intanto si preannunciavano le prime avvisaglie della
prima guerra mondiale, una guerra programmata anni prima e resa evidente
dal continuo passaggio di carri e muli che trasportavano materiale
per la costruzione dei forti. Allo scoppio della guerra quattro anni
di profugato dal giugno del '16 fino al '19-20 una colonna di diseredati
e disperati che scendeva dall'Altopiano per cercare rifugio nei paesi
di pianura e le popolazioni dell'Altopiano disperse ovunque, anche
lontano, in Piemonte, in Lombardia, nel Meridione, un vera e propria
diaspora e molte famiglie non fecero più ritorno. Anche
questa può essere considerata una grande emigrazione o meglio
un vero e proprio esodo biblico. E poi il ritorno nei paesi distrutti,
ridotti a un cumulo di macerie e ricominciare la ricostruzione vivendo
per anni nelle baracche. Per finire vorrei qui citare un'altra persona
di Rotzo che è stata in qualche modo la memoria storica dell'emigrazione,
collezionando documenti, testimonianze, lettere di emigranti, registri
di tutte le partenze, un vero e proprio archivio che meriterebbe anche
di essere pubblicato per far conoscere ai giovani la nostra storia.
La storia di chi ha dovuto lasciare il paese in cerca di migliori
condizioni cantando con amarezza "Addio monti e cime ineguali,
note a chi è cresciuto in mezzo a voi", mi riferisco alla
compianta maestra Carla, che è s tata anche Sindaco di questo
Comune e che ha dedicato molto nella sua vita al ricordo degli emigranti,
mantenendo con loro una fitta corrispondenza. Sempre più di
frequente arrivano oggi nei nostri Comuni discendenti dei primi emigranti,
siamo ormai alla quarta generazione, che vogliono sapere notizie dei
loro nonni, dei loro avi, dove sono nati, la casa dove sono cresciuti
il desiderio insomma di riscoprire le radici per mantenere integra
l'identità di italiani. Bene ha fatto la banda a intonare qui
oggi l'Inno nazionale, perché se dobbiamo riscoprire un forte
senso di italianità e amor di patria dobbiamo ricercarla nelle
nostre comunità all'estero, dove questi sentimenti sono ancora
forti. Il sentimento che noi vogliamo qui esprimere oggi ai nostri
emigranti ed ex emigrati è un sentimento di riconoscenza e
gratitudine, nella consapevolezza che il lavoro degli emigranti ha
contribuito in larga misura allo sviluppo e progresso non solo dei
paesi ospitanti , ma anche del nostro Paese. Basti pensare all'interscambio
di conoscenze, di mestieri, di professionalità, di tecnologia
che si è realizzato tramite i flussi migratori. Il Presidente
della Repubblica, incontrando di recente le Comunità italiane
in Svizzera, ha definito l'emigrazione un fattore di sviluppo e progresso
e ancora nella sua visita l'anno scorso a Marcinelle, in quel luogo,
diventato ora museo del sacrificio del lavoro italiano nel mondo,
ha affermato che gli emigranti che hanno lasciato le loro terre in
cerca di lavoro, varcando frontiere secolari recentemente abbattute,
sono stati i primi costruttori d'Europa. lo vorrei aggiungere che
sono stati anche costruttori di pace e concordia tra i popoli, destinati
a diventare un crogiolo di razze e culture dove la tolleranza e l'integrazione
saranno le nuove sfide della società del futuro. Per questo
motivo noi dedicheremo la seconda domenica di settembre, Festa della
Montagna, alla montagna che ha dato un tributoenorme
all'emigrazione, che ha portato con sé nel mondo la cultura
del lavoro, il senso della famiglia, la solidarietà e i più
alti valori della convivenza civile e umana.
Leggo ora il messaggio fatto
pervenire dal Ministro per gli Italiani nel mondo
On.Ie Mirko Tremaglia.
IL SINDACO DI ROTZO
Dr. Edoardo SARTORI
Egregio Signor Sindaco,
è sempre lieta l'occasione che vede riunirsi nel nostro Paese,
le rappresentante dei connazionali lontani. Ma lo è ancor di
più oggi, mentre, dopo il fondamentale riconoscimento del diritto
al Voto per gli Italiani all'estero e la massiccia affluenza in occasione
del primo storico appuntamento con le urne per il referendum del 15
giugno scorso, si fa determinante, ad ogni livello, il lavoro per favorire
i rapporti e rinsaldare tra chi, anni fa, lasciò la Patria alla
ricerca di una vita migliore e chi è rimasto. Gli Italiani nel
mondo sanno che la doppia modifica della carta Costituzionale, ottenuta
dopo lunghi anni di battaglie e, sovente, di amarezze, non è
una mera operazione "di facciata". Essa, come una campana
che indica lo scoccare di un'alba nuova, ha segnato l'inizio della "stagione
dei diritti" grazie alla quale, ora più che mai, i 4 milioni
di connazionali e i 60 milioni di oriundi sparsi in ogni parte del pianeta
devono sentirsi parte di un grande progetto: quello della costruzione
di una "grande casa" in cui l'Italia Ufficiale e l'Altra Italia
abbino pari dignità e, insieme, partecipino a un comune progetto
di sviluppo. Rivolgo un pensiero cordiale ai convenuti alla "Festa/Giornata
Itinerante dell'Emigrante" che il Comune di Rotzo ha organizzato,
come ogni anno, al fine di riunire in Patria un numero sempre più
rilevante di emigranti ed ex emigranti nonché delegazioni dei
Circoli Vicentini nel Mondo costituitesi nei vari Continenti. Desidero
esprimere tutto il mio apprezzamento per la scelta di dedicare la manifestazione
odierna alla memoria dei minatori che, lungo tutto un secolo, anno sacrificato
la loro vita per costruire, per sé e per le proprie famiglie,
un futuro migliore.Rendo idealmente omaggio al cippo che Vi apprestate
ad inaugurare, a pochi giorni dall'anniversario dell'immane tragedia
di Marcinelle, l'8 agosto, che coinciderà con la Seconda Giornata
del Sacrificio del Lavoro Italiano nel Mondo. L'appuntamento odierno
rappresenta un'occasione preziosa per accendere i riflettori sulla straordinaria
realtà della nostra emigrazione. Conosco e apprezzo l'impegno
che gli enti coinvolti in quest'iniziativa profondono a favore dei propri
conterranei. L'incontro da Voi organizzato costituisce un'occasione
di grande rilievo e un'ulteriore conferma che denota la Vostra grande
sensibilità. Da oltre trent'anni, il mio impegno come politico
è rivolto in via assoluta agli Italiani nel Mondo. Sono inscritti-
ho avuto modo di dire recentemente- nel mio DNA. In questo biennio mi
sono adoperato per trasfondere questo stesso spirito nel Ministero da
me presieduto. Con l'aiuto dei milioni di Italiani nel mondo, abbiamo
mai raggiunto traguardi straordinari e, per certi versi, impensabili
fino a qualche tempo fa. Ma la sfida non si è conclusa. La vittoria,
perchè di vittoria si è trattato, non ci deve indurre
nella tentazione di voltarci indietro per una sterile celebrazione del
già fatto. Deve, invece, animarci perché, ora, la battaglia
politica diventi anche culturale. L'Italia Ufficiale deve imparare a
conoscere L'Altra Italia: non deve dimenticare il passato e la Storia
e, attraverso di essi, deve scoprire di quale levatura siano le risorse
umane, intellettuali, di genio che l'hanno resa, ovunque, amata e rispettata.
È un doveroso atto di amore verso chi, lasciando casa e affetti,
ha spesso, a prezzo di grandi sacrifici, trovato fortuna ma, altrettanto
spesso purtroppo, ha perduto la vita inseguendo un sogno. A Lei, egregio
Presidente, alle autorità e a tutti i presenti giunga dunque,
con i fervidi auspici per la felice riuscita dell'incontro, il mio saluto
più sincero.
Con viva cordialità
On. Mirko Tremaglia
Risposta del Sindaco di Rotzo al'On. M.
Tremaglia
On. Ministro, desidero ringraziarLa
sentitamente anche a nome della Comunità di Rotzo e di tutti
gli emigranti ed ex emigrati convenuti, per il messaggio così
carico di significati che la S.V. ha voluto inviarmi in occasione della
VI Festa Itinerante dell'Emigrante, promossa nel mio Comune dall'Ente
Vicentini nel Mondo. È stata una Cerimonia veramente toccante,
in modo particolare quando alcuni emigranti hanno scoperto il cippo/monumento
al minatore, mentre la Banda intonava l'Inno Nazionale. Erano presenti
oltre un migliaio di emigranti e di ex emigrati, delegazioni di Circoli
di Vicentini nel Mondo costituitisi nei vari Continenti e numerose Autorità
civili e militari, tra cui una quarantina di Sindaci della Provincia.
Nel mio discorso, che è stato trascritto da registrazione, in
quanto ho parlato a braccio, mi auguro di avere trasmesso quel senso
profondo di impegno a non lasciar cadere e affievolire la memoria dell'emigrazione,
che ha svuotato i nostri paesi e intere contrade. Se Lei avrà
la cortesia di leggerlo, credo di aver ripercorso questa storia di sacrifìci
e di difficoltà di ogni genere, che i nostri emigranti hanno
dovuto affrontare, sulle vie di tutti i Continenti, dove hanno onorato
le nostre Comunità. Ora ci siamo ripromessi di reincontrarci
la 2^ Domenica di Settembre (il 14) a Campolongo di Rotzo, una località
di Montagna, dove con la presenza di Mons. Andreatta presso la Chiesetta
di S. Francesco d'Assisi sarà celebrata la S.Messa per ricordare
i nostri emigranti morti sul lavoro e sepolti nelle terre che li hanno
ospitati. Mi auguro che in questa circostanza Lei possa essere presente
per conferire alla giornata un significato ancor più ricco di
valori e di testimonianza. Ricorderemo in particolare modo i tanti minatori
che sono morti nelle miniere o in giovane età per aver contratto
quella terribile malattia della silicosi, che loro chiamavano prussiera,
malattia contratta nell'allora Prussia che li portava a morte sicura
in giovane età (40-50 anni). A tale proposito Le farò
avere alcune testimonianze assai toccanti, ancora vive nella memoria
della nostra popolazione. La stampa e la TV hanno dato risalto alla
manifestazione e desidero accludere qualche copia di articolo di giornale
sulla cronaca della giornata. Desidero ringraziarLa sentitamente per
l'attenzione, augurandomi di incontrarLa il 14 Settembre 2003 per commemorare
adeguatamente i nostri emigrati e minatori, le cui spoglie mortali riposano
nei paesi di emigrazione.
Il Sindaco
Sartori dr. Edoardo
Lettera di
un Emigrante
28th Luglio, 2003
Signor Sindaco e Organizzatori per
la Festa degli Emigranti. Con grande piacere
o' ricevuto il bollettino dei Vicentini Nel Mondo, e vedere il nome
di Rotzo in prima pagina. Vi ringrazio tanto per l'invito a questa
granda e memorabile festa.A me dispiace tanto di non essere presente,
per ragioni di salute. Penso sempre al caro paese natio dove o vissuto
i miei 28 anni, ora dopo 53 anni di Australia misento sempre piu'
cittadino di Rotzo, tutte le notti il mio cervello cammina per quelle
strade, sentieri, boschi, etc.Vedo la bellezza del nostro Altopaiano,
nei miei tempi I campi in fiori e tutto il lavoro agricolo di quei
tempi, con l'avansare del Autunno le montagne imbiancate dalla candida
neve e tante altre bella cose, tempi lantani, tempi cari al cuore,
tempi che non si dimenticano mai.Spero che questa festa porti tanto
bene e sia mai dimenticata.
Tanti saluti al Signore Sindaco.
E a tutti quelli che hanno colladorato co lui.
E in particolare il Giornale Vicentini Nel Mondo.